Genesi della follia.

Era un perenne guardarsi allo specchio. Vedere il difetto e l’imperfetto e poi dire “No! non va bene!”. E ricominciare a scavare dentro quei datteri conditi con panna che erano i suoi occhi. E poi si guardava le rughe del viso, scavate dalle lacrime dei decenni passati. Quegli anni avevano fatto tanti danni: la magrezza estrema, il pensiero ricorrente della fine, la paura perenne della solitudine. E si diceva “No!No!non è così che vanno le cose!No! No!Andrà tutto bene!”. Ma no. Non ci credeva che sarebbe andato tutto bene. 

Qualche volta camminava e cadeva. Si. Inciampava nei suoi lacci slacciati e trasandati, persa nella sua condizione di euforia. Altre volte guardava la luna e le stelle e parlava da sola. O meglio. Parlava con qualcuno attraverso quegli astri. Parlava con i morti. Cercava consigli. Soluzioni. Chiedeva a loro di tenerla viva. E ci riuscirono, per un po’, quei notturni consiglieri, che le apparivano nei sogni travestiti da elefanti e giraffe. E lei si svegliava assai turbata. 

Camminare sui cornicioni, poi, era divenuto uno sport pre-serale. Perché poi? Non lo sapeva. La solitudine? Il silenzio? L’aveva scelto il silenzio. Cucirsi la bocca da parte a parte con delle lische di pesce. Ecco il supplizio che aveva scelto per il suo silenzio. Ma nessuno la fermava. “E’ tutto normale! Non c’è nulla da vedere! Ha solo da guarire!”.

Poi un giorno si svegliò e decise che doveva andare via, ma restando ferma. Ancorata al mare, alla schiuma delle onde. “La Sirenetta si trasforma in schiuma di mare” ripeteva spesso. E quando andava sul mare, nel quale si tuffava vestita, prendeva quella schiuma inquinata e la baciava. Se la spargeva sul viso, incurante del fatto che il pomeriggio sarebbe stata male per i suoi fumi tossici. “Così la Sirenetta sarà meno sola”.  

E infine un giorno aprì i suoi due datteri pieni di panna. Lì aprì perché avevano cominciato a farle male. Talmente male che piuttosto preferì strapparseli via. E lo fece. Un cucchiaino bollente e affilato per cauterizzare le ferite.

E rimase lì. Muta e ceca, ma con una smorfia di soddisfazione nelle orecchie, tirate indietro a dire “Sappiate che io vi sento ancora”. 

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