Porto. Ponti. Pink Floyd.

Giornata di sole. Giornata di sole dopo due settimane ( se non proprio 2 mesi) di svariate forme di preoccupazioni, condensatesi tutte nel mio stomaco e nella mia testa e divenute  talmente pesanti da esplodere in dolori e febbre. Giornata di sole, pallido e certamente non privo di nubi, ma pur sempre sole. Ed è subito gita.

E’ il penultimo weekend portoghese, cosa che solo a pensarla mi fa scorrere un brivido lungo la schiena, tanto mi crea ansia il ritorno. Non penso a questo sul treno verso Porto. Penso al mio stomaco parlante che non mi regala pace da una settimana. Lo mettiamo a tacere a botte di esercizi di respirazione.

Stazione. Uno stupore generale appena usciti alla luce. E’ bella. E’ già speciale. E’ già tanto diversa da Braga, tanto più grande tanto più metropolitana.

Ho voglia di fotografare. Fotografo tanto. Fotografo tutto. O quasi. Perché è la macchina che sceglie da sola i suoi obiettivi. Alcuni davvero pessimi. Sono costretta a correggerla. A cancellare. A scegliere cosa fotografare a cosa no. Lo stomaco continua la sua pena. Si contorce e si accompagna alla schiena.

Strade piene di sole e di gente. Un continuo sali scendi di viuzze e scalinate che si arrampicano sui fianchi della vicina foce del Rio Douro, che taglia la città a metà. La Ribeira, antica e caotica. Commerciale. E ti sembra di vederli i mercanti per cui le città sorgono sui fiumi. E li vedi ancora, con i loro banchetti. Ti fermi. C’è chi contratta. Tu fotografi.

Ma il sole illumina l’acciaio del re, Ponte Luis I. Saetta sul fiume e lega la città nei suoi molteplici volti.  Sei piccola. Sei un pezzo di carne viva che vibra sempre quando si sente soverchiata da qualcosa troppo più grande di lei. E’ immenso. La tua lingua non ha molti altri vocaboli per descriverlo. Dire che è oceanico sarebbe una forzatura sgradevole. Ma è così. Lo attraversiamo nella parte più bassa: c’è ancora troppa luce, troppa vita , troppo rumore, è tutto ancora troppo presente per farti sentire il senso dell’acqua sulla quale cammini.

Avviene tutto dopo. Quando guadagni a suon di polpacci doloranti la cima del ponte. E’ lì che il tramonto ti trova quando comincia a cadere con i suoi colori d’addio. Contempli la città di foce e il fiume che si è fatto più grande da quell’altezza. Attraversi nella vertigine il ponte che ti attende. Lo attraversi piano come piano cade questo tramonto di un novembre primaverile. Ci passeresti lì la vita. Su quel ponte tra due posti, che può essere un ponte tra due vite, tra due te. Decidi che il ponte è il simbolo della tua vita. Non sai perché. Non dai un nome a questo. E’ così. Senza definizioni. Nessuno esercita alcun potere su questa decisione libera e insensata. Lo stomaco tace, finalmente. La macchina fotografica non rende giustizia di ciò che stai vivendo e sfoca tutto e fa tutto troppo mosso.

Una chiesa, la Cattedrale, nell’ultimo ora del giorno. Spoglia, uguale. E’ sempre una chiesa. In fondo in fondo nulla di nuovo. Fuori c’è ancora quello sguardo sul tutto che da case è diventato luci, solo luci a perdita d’occhio che sbrilluccicano come lampadine di Natale. Qualche sconosciuto cantore ha deciso che devo lasciargli qualcosa. Un pezzo di cuore. “Wish you were here”. Qui la cantano davanti alla cattedrale che domina il fiume, al tramonto di un giorno primaverile di novembre, del mio penultimo weekend in Portogallo. E’ troppo. Mi arrendo. Oggi è il giorno della nostalgia.

Sprazzi di vita che diventano parole. A volte capita. E’ così che Porto diventa musa. Lisbona fu solo estasi silenziosa. Forse lì era ancora tutto intero e troppo presto perché le parole fluissero. Il tempo alle spalle troppo poco per aver vissuto.

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