Un giorno “se avessi”

Uno di quei giorni “avessi fatto questo” o “non avessi fatto questo”.
Serve a nulla, ma a volte è inevitabile, perché capitano giorni in cui la rabbia è talmente tanta che la ragione non frena il violentissimo desiderio di tornare indietro, andare dalla te del passato e prenderla a schiaffi, e, nel mio caso, legarla a quella cazzo di sedia e farla studiare o leggere o ragionare in modo autonomo e libero come sapeva fare, o prenotarle un maledetto aereo, o prendere un treno per la città senza rintanarsi in una casa asfittica, o metterle la sveglia nelle orecchie alle 7 di mattina per farla alzare nonostante la stanchezza e non farle prendere abitudini di merda, dure da mandare via.
Serve a nulla vaneggiare così, ma alle volte è inevitabile, anche solo per il gusto di punirsi un po’ dopo essersi giustificati tanto agli occhi del mondo e di se stessi, essersi detti “ma no, io sono fragile, aiuto!”, quando forse si era forti, ma era troppo comodo dirsi deboli.
Oggi è uno di quei giorni “se avessi” e, perciò, è un giorno immobile: il sole del mezzogiorno mi brucia le palpebre e mi costringe e tenere gli occhi aperti.

Domani andrà tutto bene, ma oggi è un giorno “se avessi” e pertanto mi girano le ovaie

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