L’ultima nomade

L’ultima sigaretta prima di salire per 10 ore sul treno che la portava lontana da lì. Un libro. Quello cominciato tanti mesi prima che impegni e altri studi avevano relegato alle ultime ore del giorno, prima di addormentarsi. Un romanzo. Un romanzo che non la prendeva perché troppo celebrale. Ad ogni paturnia in esso contenuta si rivoltava nella coperta. Eppure era troppo curiosa di vedere a che livello di catarsi angosciante sarebbe arrivato il protagonista.

Nello zaino aveva molti altri libri di tutti i tipi. Dopo di che si augurava che una volta imparata la lingua sarebbe stata in grado di comprare e leggere da quel lì indefinito i libri di cui aveva bisogno. Libri, un jeans oltre quello che già aveva, qualche maglietta, una giacca e mutande a volontà. E chiaramente tabacco, cartine e filtri, inseparabili. Vita ridotta all’osso.

Arrivata a Milano, avrebbe preso il primo treno verso l’estero, qualunque fosse stato. Avrebbe trovato un luogo dove stare per un po’ e cominciato lì una nuova vita. Era questo il piano. Si…insomma….per grandissime linee. Avrebbe potuto contattare gli amici che stavano all’estero. Ma sarebbe stato troppo facile. Dopo aver passato anni nella programmazione, era arrivata a odiare le agende. Anzi le facevano proprio paura. Faceva incubi. Una penna che sodomizzava degli uccelli di carta, pieni di numeri e indirizzi che si infilavano violentemente in picchiata nella sua bocca spalancata e rabbiosa. Si era svegliata sudatissima e terrorizzata. Aveva urlato e Mirko…mancava poco gli venisse un infarto. Lui l’aveva accarezzata come una bambina, sfottuta, avevano fatto l’amore, dolce come sempre. E si era riaddormentato. Lei aveva gli occhi fissi sul soffitto.

Cinzia aveva tentato in ogni modo di dissuaderla. Aveva pianto, imprecato, bestemmiato, Cinzia. Una rabbia ceca, incontrollabile, fermata solo di fronte agli occhi spalancati di lei. Mirko si era invece rifugiato nell’ascesi per non pensare al dolore della mancanza e con un tale timore di poterla perdere se l’avesse spinta a restare.

Cinzia era sanguigna. Quando scopavano si facevano male e quel dolore piaceva a entrambe…anche se poi Mirko ne pagava le conseguenze la notte dopo.

Lei aveva sperato che col tempo quei due avrebbero trovato un modo per convivere, come entrambi le avevano promesso.

Ma Mirko era pur sempre un uomo occidentale italiano, cresciuto a pane e TV democristiana.Aveva accettato la convivenza con Cinzia perché i suoi amici, tra il serio e il faceto, gli avevano prefigurato grandi e lunghe nottate di orge tantriche. Lui ci aveva creduto e perché vedeva in Cinzia un passaggio temporaneo.  Nulla di tutto questo e le sue ascesi mistiche erano diventate preghiere perché lei si decidesse ad avere una vita regolare. Con lui. Perché lei diventasse una donna occidentale italiana senza frustrazioni.

Cinzia era volitiva, piena, sensuale, femmina carnale, felice del suo lavoro, felice del sesso. Innamorata persa di lei. Ma pretendeva l’esclusiva, su di lei, che non concepiva la sua vita senza entrambi.

Lei in loro vedeva amore. Puro amore senza confini. Senza asfittiche e assassine regole sociali. Li guardava litigare di morte con Cinzia che sbatteva i piedi a terra e Mirko che la conteneva con un piglio sereno e dopo poco fare pace con una pacca sulle spalle. Ma guardava nei loro occhi il desiderio di lei. E sulla riva di quella banchina della stazione se lo disse finalmente: pur di non essere in una prigione monogama aveva assunto agli onori degli amanti i suoi carcerieri. Quanto tempo sarebbe stata via? Questo non lo aveva detto. Una lacrima le percorse il viso.

Un amore infinito non lo puoi contenere. Ha bisogno di fluttuare per il mondo, errando. Oppure forse solo emigrando, per un po’. Per nutrirsi ancora di mondo, di sapori e sensazioni. Si ricinse nei suoi abiti, troppo leggeri per quell’aprile. Sedette. Aprì il libro. Lo richiuse. Sospirò il suo amato ritrovato mondo dei sedili dei treni. Sorrise.

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