Un incontro nel tempo.

Quando ci incontrammo, alla stazione di Parma, quella notte di ormai una vita fa, tu non mi credesti. Ti guardai come si guarda un bambino saputello, ti guardai con un misto di ironia e compassione. Eri uscito da una vita difficile, fatta di pannolini, frustrazioni e repressioni, e improvvisamente, dopo dieci anni, stavi nuovamente esplorando la tua natura. Mi guardasti come guardavo io un gelato alla nocciola appena fatto. Volesti avermi subito, nei bagni della stazione: del resto mi avevi sempre voluta in quel modo, carnale e mistico, come solo tu avevi sempre saputo amare. Avevo giurato a me stessa che, se un giorno ti avessi rincontrato, mai nella vita avrei ceduto. Ma fu più forte di me. Non seppi dirti di no. Del resto la mia intera esistenza l’avevo costruita sulla passione. Su tutte le mie passioni. E tu eri una delle passioni mai vissute fino in fondo. Non potevi restare incompiuto.

Mi parlasti dei tuoi bisogni. Io, ricordo, che potevo solo ascoltarti, muta, perché eri un fiume in piena di lacrime e rabbia. Dieci anni di nulla e di oblio. Fui io a ricordarti quanto l’avevi amata, dieci anni prima, quella donna pudica e totalmente asservita a te. Fui io a dovertelo dire, e mai cosa fu più pesante per me. Perché avrei voluto solo sputarti in faccia, tanto i tuoi racconti mi facevano salire il sangue al cervello. Ti presi per mano, passai il dito-bancomat sul portale della biglietteria e ti portai via dai tuoi scatoloni. Ero solo di passaggio. Bari mi aspettava.

Avevo ormai la pelle del ventre flaccida, perché molti figli erano usciti dal mio corpo. Cosa che mai avrei detto. E forse mai avrei dovuto fare, visto il mio essere nomade. Tu te ne accorgesti, perché quel corpo lo avevi conosciuto in un altro tempo. Ma amavo ogni ruga del mio corpo. Ogni parte dei miei capelli bianchi.

Arrivammo a casa. Quella casa che avevi sempre odiato. Quella terra bastarda ormai ferita a morte dai fumi di troppe centrali e dalle raffinerie che la facevano ricca di merda e nulla. La mia casa era l’ultimo baluardo della vita e del tutto.

Vedesti la grandezza dei giardini e ti domandasti chi poteva curare tutta quella bellezza. Salutai una donna che avevi conosciuto nell’altra vita, la guardasti e non potesti credere che fosse davvero lei. Portava un crocifisso sincra al collo e ti benedisse. Mi dette un bacio di bentornata e tornò alle sue faccende. Non dimenticherò mai quanto mi fece ridere la tua faccia.

In casa la libreria era semi vuota: c’erano tutti. Gli uomini, le donne, i figli. Si leggeva e ci si preparava ad accogliere le mie novità francesi e tedesche. I computer e le stampanti funzionavano a pieno ritmo. Il giorno dopo c’erano riunioni e assemblee con altri centri di resistenza. Una pianificazione meticolosa. Una posta in gioco troppo alta. Venire alla luce del sole: troppo presto. Forse.

I bambini mi vennero incontro. Mi salutarono festanti. Poi tornarono ai loro giochi e alle loro magie. Ti presentai ai miei compagni. Muhamed, interrompendo la preparazione della cena, ci guardò negli occhi e capì. “ E’ lui. E’ quello famoso”, affermò. Accennai un si. E seppero che ero finalmente libera. Libera fino in fondo. Si doveva festeggiare.

Si preparò il tuo benvenuto. Una sera calda aveva accolto il tuo arrivo e la cena fu preparata sui prati. Tu fosti pallido per tutto il tempo mentre cominciavi a capire che la tua morale lì dentro non aveva alcun senso, che le tue convinzioni ormai erano antiche.

La Grande sorella ti prese per mano. Io ti lasciai andare : ora eri libero anche dal mio desiderio. Non so cosa avvenne. Non lo saprò mai, perché la Grande vive nel silenzio. Ma il tuo viso, quando tornaste, mi sembrò più sereno. Ora sorridevi. Quanto eri bello, piccolo mio! Pensai che forse saresti stato il completamento della mia piccola perfezione. Pensai che ancora una volta eri tu, il pezzo mancante del mio puzzle. Mi sbagliavo. Con te è sempre stato così: io mi sono sempre sbagliata.

La notte passò nella sconclusionata allegria, tra una bottiglia del nostro vino e una sana cucchiaiata di legumi e verdure. Ti guardavo fumare la tua malinconia sommersa. Nei tuoi occhi avevi lei e i vostri figli. Sperai fortemente che non fosse così. Lo sperai solo per te. Mi rinchiusi nelle mie stanze con i miei compagni, dopo averti baciato la fronte, come si fa con i bambini pensierosi. L’ultima immagine di quella notte sei tu col tuo bicchiere di vino.

Quando mi alzai, quella mattina, vidi le tue spalle, ornate del tuo zaino, dirigersi verso l’alba. Non ti fermai. Sapevo bene quanto per te fosse troppo. Tu abituato come eri e come sei sempre stato ad avere certezze. Non ho mai saputo cosa hai fatto, dopo quel nostro incontro. Forse, molto probabilmente tornasti alla tua vita. A quella da cui eri fuggito, perché tornare indietro è infinitamente semplice. E tu hai sempre scelto la strada più facile. Ti lanciai dietro un augurio e ti dissi addio, cancellando il tuo essere dal mio cuore.

Arrivarono i primi avvisi. Tutto era pronto. I bambini dormivano. Il domani fu una storia che cambiò le nostre vite. E, spero, anche la tua.

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