Le cercarono l’anima a forza di botte. In notturna con Ipazia D’Alessandria.

agora

“Io credo nella filosofia”. Una finzione filmica. Un artefatto contemporaneo. Lei, Ipazia, queste parole non le avrebbe dette. E se anche pronunciò nell’ultima ora qualcosa di simile, forse, ebbe solo il tempo di una fugace invocazione guardando il suo amato cielo, e cercarne un conforto tutto terreno, senza dei, dee o Dio unici, più o meno vendicativi. Forse gridò sotto quel cielo. O, forse, più probabilmente, tacque ostinatamente per non dare soddisfazione ai suoi aguzzini.

Lei, che diventa su pellicola la personificazione del suo unico, grande, intramontabile, amore, quella filosofia uccisa, morta e distrutta dai fanatismi religiosi di tutti i tempi. Quel monoteismo che avvinse il mondo in una barbarie che si protrae fino ai nostri giorni, che non ha altre verità che non sia l’unica presunta verità. Monoteismi che tentarono di abbattere il dubbio. Che uccidono ogni giorno coloro che ad essi non si piegheranno mai. Con quell’unico Dio che deve ancora trovare la formula giusta per insegnare agli uomini ad essere fratelli. Ma forse anche quello stesso Dio c’entra poco nelle faccende degli uomini, ed è bello pensare che una mano, nel momento finale, praticò la misericordia, quando uomini venerati ancora oggi come santi si macchiarono del suo sangue. Uomini che continuano ad ucciderla mille volte.

Quanto arse il fuoco della filosofia in lei? Quanto può ardere, bruciare, distruggere un così grande amore? Nessuno ne narrò il viso, nessuno conobbe direttamente la sua mano scrivente, ma se il suo martirio è vero, io ho visto la luce che la condusse a quel martirio. Io l’ho vista.

Cara Ipazia, una vita sola non basta a vivere completamente tutto l’amore che la tua non dea scatena nelle sue vestali e nei suoi sacerdoti. Così fatale da non dare respiro. L’ho visto in mille occhi che non potevano fisicamente tacere, smettere di andare con la mente in altri luoghi e in mondi futuri, guardare il mondo, perché Lei, Lei è implacabile: urla e li chiama e loro, come te, non possono sottrarsi. Sono i figli illegittimi partoriti dal tuo sapere, guerrieri degli oppi dell’umanità, apparentemente impotenti in questo tempo.

Sono gli ansanti ai piedi dei libri. Che mai potranno dire “Io credo nella filosofia” perché tradirebbero tutti se stessi. E allora urleranno al mondo “Io vivo la filosofia”, e prima o poi questo mondo deve vacillare al suono delle loro urla di libertà.

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