Tratto da un sogno vero.

La notte di Sabra e Shatila. La notte della presa di Saigon, delle evacuazioni americane in sordina dagli hotel. La notte in cui si fonde tutto questo con le immagini dei viaggiatori in mare.

Sono malata. Una leucemia totale, un tumore che mi invade tutto il corpo. E’ mia madre, proprietaria di un hotel dissidente, a narrarlo al mondo. Quel mondo piccolo degli ospiti nascosti. In cerca di pace. In cerca di una soluzione al mondo dolente della violenza.

E’ una stanza tutta bianca. Io, donna malata occidentale, capelli lunghi, stanca ma vitale, seduta in un angolo a proporre la strategia. Lei, accanto a me da sempre, donna di scienza, è lì come tale. Loro. La Siria, il Libano, la Corea del Nord. Altri. Non ricordo. Forse gli Emirati, l’Iraq, l’Iran. Non so. So che sono i resistenti. I ribelli della libertà. Lui. Un maestro sufi, vestito da derviscio. Siamo assediati dai nostri stessi eserciti. Tutti alleati contro di noi. I resistenti. I ribelli. Dobbiamo scappare. Ma moriremo. Moriremo certamente. Ma moriremo per qualcosa di più grande. Non ho paura: sto morendo comunque, la malattia mi sta consumando. Tanto vale morire con un senso. Faccio lezione a tutti loro, come se loro non sapessero : gli parlo di Palestina. Mi guardano e sorridono con me. Il maestro sufi si porta al centro della stanza, mi si siede di fronte e mi sorride. Mi parla. Comincia a cantare nella sua lingua. Non sono in grado di capirlo, ma so che è una preghiera e una benedizione. E a lui si accodano gli altri.

La stanza si fa più bianca, più accecante. Si spalanca la porta. Si spalancano le nostre ginocchia. In piedi, vediamo l’esercito coreano entrare nel corridoio. Dobbiamo arrenderci. Ci hanno trovati. E’ troppo tardi per qualunque fuga.

E’ la fine del sogno. Mi sveglio con le lacrime e la paura della morte. Ma è certamente un sogno importante.

Ecco. Ti scrivo. Non posso perderti : in te ci sono io.

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