Considerazioni#Notriv

maxresdefaultIl referendum del 17 aprile chiede di abrogare la norma, introdotta nello Sblocca Italia, che permette lo sfruttamento fino ad esaurimento dei giacimenti di petrolio e gas, entro le 12 miglia, le cui concessioni sono in scadenza nell’arco dei prossimi anni. Le piattaforme interessate dal referendum sono 92 per 44 concessioni in scadenza tra il 2017 e 2027, molte delle quali costruite negli anni 70- 80 nel periodo di massima espansione dell’industria degli idrocarburi italiana. 34 delle 92 piattaforme sono inattive o non operative e stanno là a marcire. 29 erogano al di sotto della soglia delle royalties. 24 erogano e pagano. (fonte)

L’obiettivo di questo post è confrontarsi, principalmente, con i seguenti tre articoli che perorano il No come risposta a questo referendum :

Comincerò dell’ultimo. L’articolo riporta una serie di dati inerenti le attività estrattive in Italia ammettendo tranquillamente che le stesse sono in riduzione già dagli anni ’90. Poi fa tutta una interessante digressione sul fracking ecc. Interessantissima. Però relativamente ai metodi di esplorazione dei fondali i Comitati si sono concentrati sulla questione della ricerca di idrocarburi attraverso l’air gun che nell’articolo non viene neanche menzionato. L’air gun è tecnica altamente impattante che implica il rilancio di energia sismica utilizzata per l’acquisizione di dati sismici marini attraverso il rilascio in acqua di aria fortemente compressa. Inoltre come riportato nel seguente testo”la ricerca di gas e petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun, può incidere in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca. Infine da non sottovalutare è il fenomeno della subsidenza nell’Alto Adriatico, per il quale l’estrazione di gas sotto costa resta il principale contributo antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superficie topografica, che accresce l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali e l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche” (fonte ). Il resto dell’articolo mi permetto di non commentarlo dal momento che mi appare elencazione di “benaltrismo”, atteggiamento di chi sulla questione stringente ha poco da dire e quindi porta la questione su altri fronti. Scrivono “Inquinamento? Materiali tossici? Dovremmo preoccuparci davvero delle organizzazioni criminali utilizzate da industrie senza scrupoli che pur di non pagare i costi dello smaltimento dei rifiuti tossici che producono, preferiscono risparmiare pagando molto meno chi glie li fa sparire seppellendoli nelle nostre campagne e affondandoli nei nostri mari o laghi da cui traiamo nutrimento, quel cibo made in Italy che è il fiore all’occhiello del nostro paese. Invece sono i “petrolieri” che vengono ad inquinare, ad invadere il nostro territorio. Invadere? I permessi sono concessi alla luce del sole dalle autorità ministeriali e locali. Non si pagano mazzette per ottenerli, non si fanno accordi con chissà chi, tanto meno con la criminalità locale“. Tutto giusto. Tutte questioni sulle quali si ragiona costantemente nei dibattiti a proposito. Tuttavia io sto aspettando una presa di posizione della Sezione Geologica Idrocarburi sull’affaire Guidi..

Andiamo avanti. Stefano Rossi punta sul discorso dell’iter referendario: il fatto che per la prima volta le regioni hanno fatto proprie le istanze referendarie. Inizialmente i quesiti erano 6 e ne è stato accettato uno, in quanto sulle altre questioni il Governo, anche a seguito delle pressioni referendarie, ha fatto marcia indietro. Il tutto viene interpretato come una lotta politica tra governo e regioni. Personalmente la interpreto in modo diverso: dal basso si è riusciti per una benedetta volta a fermare le fughe in avanti senza ostacoli del Governo Renzi. Dal basso. Le Regioni sono venute dopo.  E quindi mi domando  Da quando il cooivolgimento dei territori nelle decisioni che li riguardano è un problema? Da quando è diventato necessario a tutti i costi sacrificare i territori a vantaggio delle economie? Questo bypassare le comunità locali è stato ed è all’origine di molti conflitti che hanno visto le comunità locali escluse dalle scelte che le riguardavano. Dal mio punto di vista sembra una buona vittoria dei territori in un ottica glocale, che guarda agli interessi degli stessi, ma non nell’ottica del piccolo orticello quanto piuttosto nella prospettiva di un ampio sguardo al futuro di tutti. Sulla questione delle royalties “ Che cosa sono queste royalties? Altro termine in inglese per indicare la percentuale sugli utili corrisposta dal possessore del giacimento al reale proprietario, ovvero lo Stato. Per pagarle bisogna superare una certa franchigia di 50’000 tonnellate per il petrolio e di 80 milioni di metri cubi per il gas. Dunque, se una società privata ha a disposizione un tempo indeterminato per estrarre, è ovvio che può estrarre meno petrolio / gas senza contare il tempo a disposizione; se dovesse vincere il sì in un anno si andrebbe a superare la quota minima per il versamento delle royalties, andando a versarle per il 45% allo Stato e per il 55% alla regione di appartenenza (avendo dei limiti di tempo non lo si sprecherebbe producendo di meno, quindi guadagnando di meno no?). Come afferma Dante Caserta (vicepresidente WWF Italia) non esiste in Italia una imposta specifica sulle imprese petrolifere, ma una IRES al 27,5%. Con il sistema delle franchigie e con svariate esenzioni, delle 69 concessioni petrolifere marine solo 18 pagano royalties ed imposte varie. Greenpeace Italia ha preso in esame i dati delle piattaforme del Ministero per lo Sviluppo Economico scoprendo che delle 88 piattaforme operanti entro le 12 miglia ben 35 non sono in funzione, 6 sono “non operative”, 28 “non eroganti” ed altre 29 che producono da decenni così poco da rimanere costantemente sotto la franchigia. Le royalties hanno una percentuale del 7% per le estrazioni continentali e del 4% in mare (oltre ad un 3% relativo alla sicurezza marina), mentre negli altri paesi non si scende sotto la soglia del 30% in media. ( fonte)”. In più a sostegno della questione delle franchigie posso portare una esperienza personale : Ho beccato uno che voterà NO perché il cugino lavora all’Eni e nella discussione ad un certo punto, sua sponte, mi fa ” Che comunque sapete che prelevano meno greggio di quello che dovrebbero e potrebbero?…me lo ha detto mio cugino”. Sgrano gli occhi “Lei lo sa che mi ha semplicemente confermato nella mia risoluzione di votare Si”. Ci pensa un attimo…e fa…” Va bene….ci penserò”. Amen

E infine veniamo a Michela Costa il cui punto di maggiore interesse è quello riguardante, dal mio punto di vista, la questione della dipendenza dall’estero e dello sfruttamento dei paesi più poveri. Scelgo di affidarmi alle parole di Marica Di Pierri nel seguente video al min. 1,10: le quantità di gas e petrolio prodotte dalle riserve offshore possono essere “compensate facilmente incrementando l’efficienza energetica ed elettrificando i consumi”, già in atto. Ancora “La sfida oggi è certamente rappresentata dalla transizione energetica. Per avviarsi su questa strada serve però conoscere i problemi nella loro complessità, conoscere le potenzialità della ricerca e delle nuove tecnologie.  Serve ad esempio sapere che già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi e che il potenziale per il biometano, che può essere immesso in rete, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi: il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme oggetto del referendum.” (fonte). Proseguendo nel testo, Costa, ad un certo punto argomenta, relativamente ai rischi di incidenti sulle piattaforme non offshore, nello stesso modo in cui argomentano i fautori del nucleare “Tanto se succede un disastro arriva anche da noi”. Va bene, però meno piattaforme meno rischi, no? Soprattutto se si tratta di piattaforme vecchie, pensate per durare il tempo della concessione 30 anni, e non per la vita intera di un giacimento. E in ogni caso la Croazia nei mesi scorsi si è pronunciata contro le trivelle offshore nelle sue acque ( fonte)  Infine una delle obiezioni più gettonate è : non può essere un quesito posto ai cittadini perché troppo tecnico. E’ vero. Per carità difficile da comprendere e difficile anche da far passare. Ma chi come me e chi più di me ha partecipato attivamente, facendo i banchetti, confrontandosi sa che è stata una grande e importante occasione anche rendere consapevoli le persone di cose che non sapevano. Sì. Tanti di coloro con cui ci siamo confrontati come Comitato non erano neanche a conoscenza del fatto che in Italia avessimo delle piattaforme, che si estraesse gas e petrolio ed effettivamente tanti hanno interpretato questo referendum come un No alle trivellazioni tout cout. Come Comitato abbiamo quindi contribuito, ritengo, a portare a conoscenza di tante persone anche semplicemente il fatto che ci sono delle trivellazioni in mare. Penso di essere più io una persona razionale e ottimista di coloro che, forse, avrebbero preferito che quelle 10 persone con cui ho parlato non sapessero nulla. Insomma ne sarà valsa la pena anche solo aver ottenuto questi piccolissimi risultati, anche solo aver fatto riflettere. Perché continuo ad avere fiducia nell’uomo e nelle sue potenzialità e aver visto anche solo uno sguardo più consapevole in questo marasma di anestesia, analfabetismo funzionale creato dagli allarmismi, ma anche dai finti razionalismi, sarà stato tempo bene speso.

In merito alla questione delle cifre sul lavoro nelle piattaforme, esse sono discordanti : “Assomineraria, l’associazione delle industrie del settore, parla di 13mila persone; la Filctem, la federazione dei lavoratori chimici della Cgil, parla di circa diecimila addetti solo a Gela e Ravenna. L’Isfol, ente pubblico di ricerca sul lavoro, parla di novemila occupati in tutto il settore (mare e terra).Quanti di questi posti siano legati alle piattaforme entro le 12 miglia è opinabile. Il sindacato dei metalmeccanici Fiom Cgil afferma che sono meno di cento. “Considerando l’indotto, arriviamo a una stima massima di circa tremila persone”, dice Giorgio Zampetti, esperto di questioni petrolifere per Legambiente. (Internazionale)”. Non è giusto dire sciocchezze: qualunque sia il numero, anche uno, il problema dei posti di lavoro resta. Ma consideriamo anche quelli che si sono persi con la riduzione degli incentivi alle rinnovabili e quelli che rischiano di perdersi in un settore, quale quello delle rinnovabili è, che è il futuro. E in ogni caso parliamo di un settore, quello degli idrocarburi, la cui perdita di posti di lavoro è già in atto da tempo per l’incremento notevole di uso delle rinnovabili. “Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Lo smantellamento obbligatorio delle piattaforme, inoltre, potrà creare nuova occupazione.  Piuttosto, per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030, cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia.” (fonte)

Infine continuando a parlare di questioni tecniche, è una falsità dire che le piattaforme non creano problemi ambientali . Circa l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni di Portonovo così come per il selenio 77 % circa e lo Zinco 63%. Due terzi delle piattaforme (34 su 134) presenta sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Considerando che i costi per il ripristino delle condizioni ambientali precedenti alle trivellazioni ricadono su chi quelle trivellazioni le ha fatte, è evidente che lo smantellamento delle piattaforme conviene più a noi che a chi le trivellazioni le ha fatte.

E adesso (permettete una nota di colore e personale) parlo da persona che si è sempre considerata di sinistra, una sinistra la cui patria forse è nei sogni visto che ora come ora mi è dura, anzi durissima riconoscermi da qualche parte. In questa tornata referendaria mi sono trovata dalla stessa parte dei grillini e di parte della lega e di quella sinistra che non ha ancora capito cosa sia essere di sinistra. Allo stesso modo informo coloro che sono ottimismi e razionali, che si sono schierati dalla stessa parte di chi da una sinistra talmente sinistra che a volte fa il giro dall’altra parte, e che non avanza uno straccio di proposta. Questo per dire cosa? Lo ammetto, anche un po’ per mettere a tacere il mio intestino, ma in gran parte per portare l’attenzione sul fatto che sfortunatamente le categorie storiche del pensiero e della politica spesso e volentieri nella contemporaneità saltano, le differenze e le posizioni si fanno purtroppo sottili e a volte ci si ritrova alla stessa parte, partendo da posizioni differenti. E‘ un meccanismo che Ulrich Beck spiega bene quando parla di Modernizzazione riflessiva proprio in merito ai rischi globali. Le alleanze storiche su queste tematiche saltano. Ecco…..provarlo sulla propria pelle, nelle proprie idee, quando speravi che a te non sarebbe successo…è dura. Ma è ancora più dura vedere gente che si proclama di sinistra, ma accetta di farsi dettare la linea comportamentale da seguire da un guru di turno, quale Renzi è. Essere riusciti con questo referendum anche solo a dare un po’ di fastidio, a richiamare l’attenzione su certi temi, mi sembra un risultato interessante.

Altre fonti che ho trovato interessanti

http://www.lurlo.info/it/verso-il-referendum-i-sostenitori-del-no-non-parlano-di-royalty-e-franchigia/

http://www.internazionale.it/notizie/2016/02/24/referedum-trivelle

http://temi.repubblica.it/micromega-online/referendum-no-triv-mario-tozzi-%E2%80%9Cun-si-per-dire-addio-al-petrolio/

 

 

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