Lasciarsi essere

Non avevo capito nulla, perché fino a quel momento ogni movimento, ogni passo era sillabato. Da me. Da terzi. Dal tempo. Dall’ordine.
Non sapevo cosa fosse bello, buono, vivo, reale per me.
Ecco perché fu come nascere ancora, scoprire che sapevo, che potevo. Senza navigatori e senza padri.

Tento di ricordare ogni istante e momento di quei giorni in cui il mondo e le sue ragioni erano altrove e io non ero altro che pura acqua nelle sue mani e scivolavo ovunque.
Ricordo che volevo opporre una qualche resistenza, ma più mi oppongo, più ciò che restava della mia carne voleva diffondersi in goccioline di sudore e umori sulla sua pelle, confondersi e mischiarsi fino ad essere un grande oceano. Anche il ghiaccio del cuore prendeva parte a questa trasformazione.
Mi ripeteva “Lasciati essere!”, mentre attingeva alla mia fonte e saziava le mie fami, lasciandomi sempre più appagata. E le nostre assai poche parole erano continui alimenti di scoperta.

Compresi più in quei giorni che in tutta la vita.

Quando scomparve, non ci fu dolore: quel tempo che finiva si era già annunciato con un bacio sugli occhi. Un addio dolce.
Ma io ero con me. Ora avevo imparato a sapere. Non si tornava più indietro.

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